I paradossi del precariato PDF Stampa E-mail
Pensieri Corsari 022 | 15 ottobre 2018 
Tra i paradossi che accompagnano la condizione precaria vi sono pure l’estrema singolarità e la radicale individualizzazione dei soggetti, eterogenei e versatili, mobili e instabili, senza continuità e coscienza consolidata. Ciò che accomuna i precari pare darsi solo in negativo come assenza di una stabilizzazione contrattuale ed esistenziale e, dunque, come un oscillare permanentemente tra l’interno e l’esterno del mondo del lavoro, tra l’inclusione e l’esclusione del regno della cittadinanza.

In effetti il precariato si fonda, anche a livello semantico, su una identificazione per difetto. Allude a tutto ciò che, per via dell’instabilità cui è sottoposto, è a rischio di esclusione e condannato a un’insicurezza costante. I precari si definiscono unicamente in negativo a partire da ciò che non sono (stabilizzati), dalle tutele di cui mancano (garanzie lavorative e assistenziali), da ciò che non possono permettersi (progetti a lungo termine, eticità della fase borghese e proletaria), dalla privazione che intrinsecamente sono. Anche questo contribuisce a rendere ardua una coscienza di classe, ma poi anche solo la costruzione di un racconto collettivo, di una narrazione alla prima persona plurale, sottratta alla presa dell’io isolato nella società individualizzata dell’insocievole socievolezza di marca neo-darwiniana.




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