Il gender ebbe inizio coi blue jeans? PDF Stampa E-mail
Pensieri Corsari 018 | 15 giugno 2017 
I processi di neutralizzazione capitalistica mirano a ridurci a mere quantità atomizzate e unisex, a singoli portatori indistinti e astratti di valore di scambio, funzionali a quella società capitalistica che si rivolge a una clientela neutra, mediante merci neutre e prodotte in un mondo esso stesso neutro, sdivinizzato, desimbolizzato, destoricizzato e deeticizzato . L’avviamento di questo processo potrebbe, non senza buone ragioni, essere ravvisato nella diffusione del modello unisex dei blue jeans. Affermatosi già negli anni Cinquanta del Novecento, tale modello si impose in maniera decisiva negli anni della contestazione sessantottesca, ergendosi a paradigma del rifiuto giovanile delle convenzioni sociali veteroborghesi.

Vera e propria uniforme del desiderio, i blue jeans sono degni di attenzione sul piano socio-politico, come già, tra gli altri, ebbe a rilevare il Pasolini di Il “folle” slogan dei jeans Jesus (1973), giacché segnano il transito da un abbigliamento la cui funzione, storicamente, consisteva nel coprire il corpo, a un vestiario mirante invece a renderlo seduttivo e desiderabile: si avviava, per questa via, il passaggio alla società del plusgodimento capitalistico post-borghese e post-proletario. Inoltre, con i blue jeans subentrava un’inedita tipologia di abbigliamento unisex, ugualmente fruibile da uomini e donne: il corpo era reinventato dal neocapitalismo e dalla sua aspirazione alla valorizzazione indifferenziata, fondata sulla cancellazione di ogni diversità e, a maggior ragione, sulla liberazione della femminilità dalla maternità, del sesso dalla riproduzione. 





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