Gli intellettuali, cani da guardia del potere PDF Stampa E-mail
Pensieri Corsari 015 | 1 maggio 2017 
Personalmente non mi ritengo un intellettuale e mi offendo quando mi sento definire in quel modo. Gli intellettuali sono oggi un ceto conformista: si muovono a banchi come i pesci, seguendo le correnti del politicamente corretto e del pensiero unico. Nel loro profilo conformista e gregario trova una sistematizzazione coerente quell’unione inscindibile di pensiero unico e di politically correct in cui si condensa la sovrastruttura dell’odierno regno animale dello spirito.
La funzione del clero intellettuale consiste oggi nella mera duplicazione dell’esistente, nella forma vuoi della sua integrale santificazione, vuoi della critica conservatrice che proclama intrasformabile il proprio pur deplorato oggetto, vuoi, ancora, della demonizzazione preventiva di ogni possibile via pratica per il trascendimento operativo dell’esistente (delegittimazione degli Stati che resistono, identificazione automatica tra violenza e trasformazione, ecc.).
Per la prima volta nell’intera avventura storica occidentale, il sapere e la cultura sono organici al potere, capillarmente sussunti sotto le sue logiche. La subordinazione del ceto degli intellettuali, nella forma del loro addomesticamento normalizzante, si spiega anche in ragione dell’aspetto sottolineato da Pierre Bourdieu. Sacerdoti del disincanto, gli intellettuali costituiscono, infatti, il polo dominato della classe dominante: dispongono di uno specifico “capitale culturale”, ma per poterlo fare fruttare debbono venderlo ai dominanti. Esso, di conseguenza, non può mai essere veramente dissonante rispetto alla rigorosa ortodossia imposta dalla conservazione dell’esistente. Né può realmente confliggere con l’ordine delle cose in cui si cristallizza l’egemonia dei dominanti. Per questa ragione, il compito del clero intellettuale consiste nella mediazione simbolica tra i dominati e i dominanti, garantendo che i secondi restino tali anche sul piano sovrastrutturale. 
In questo si condensa il senso dell’odierna trahison des clercs. Il sapere degli intellettuali si configura oggi, secondo la formula di Julien Benda, come “la milizia spirituale del potere temporale”. Essi sono legati da un guinzaglio più lungo rispetto a quello del clero giornalistico, in modo da creare l’illusione generale circa la loro natura di “liberi” opinatori. Così, ad esempio, se la parte dominante della classe dominante, ossia le oligarchie finanziarie globalizzate a guida imperialistica statunitense, stabiliscono la necessità di archiviare lo Stato nazionale sovrano, gli intellettuali, in quanto parte dominata del gruppo dominante, procedono alla delegittimazione delle nazioni come “comunità immaginarie” e come episodi di una vicenda storica definitivamente tramontata.
L’odierno desolato scenario di totale integrazione al Deus mortalis del mercato produce fisiologicamente uno spirito gregario e identitario di appartenenza da parte del clero degli intellettuali. Animati da una forma postmoderna della “boria dei dotti” tematizzata da Vico, afflitti da una perenne agorafobia del pensiero, gli intellettuali seguono le correnti del politically correct e nuotano nel mare infinito del neoconformismo, rifiutando ogni innovazione teorica e promuovendo in modo compulsivo il rispecchiamento dell’esistente proprio quando si illudono di esercitare liberamente una critica radicale. 
Quest’ultima, per radicale che possa essere, nella misura in cui accetta il dettato del politicamente corretto e della sua fissazione di ciò che si può o non si può dire, si muove sempre nello spazio preordinato dal potere e, per ciò stesso, risulta ineludibilmente ineffettuale. Nel suo senso più ampio, il politically correct coincide con l’insieme più o meno coerentizzato concettualmente dei messaggi che assecondano e confermano lo spirito del tempo e ai quali gli intellettuali devono aderire per poter continuare a vendere il loro “capitale culturale” ai dominanti.
Il luogo di riproduzione privilegiato del profilo dell’intellettuale e del suo peculiare sonno dogmatico coincide oggi con lo spazio manipolato dei giornali, ma poi anche con il recinto chiuso delle università. Complessivamente considerato, e dunque prescindendo dalle preziose eccezioni, il sapere universitario costituisce, infatti, il luogo di organizzazione culturale del politically correct. Per questa ragione, sono oggi prevalenti, presso il clero accademico, il codice del totalitarismo in ambito storiografico, l’imposizione dell’uso della lingua inglese, la glorificazione dei proceduralismi e del disincanto con annessa ostracizzazione di ogni passione utopica; ma poi anche la delegittimazione dello Stato nazionale come episodio del passato o, alternativamente, come comunità immaginaria e strutturalmente pericolosa, l’idiosincrasia organizzata verso il pensiero dialettico e la storicità, la promozione in stile pubblicitario dei realismi, l’apologia compulsiva del relativismo e del nichilismo, nonché la ridicolizzazione di ogni istanza veritativa.
Nella misura in cui – come si è mostrato – la categoria di “intellettuale” allude oggi a un gruppo sociale la cui funzione si compendia nell’impiego della cultura in vista del mantenimento dell’ordine delle cose, occorre rigettarla senza compromessi. In rivendicata antitesi con la categoria dell’intellettuale, è alla filosofia come sapere dell’Intero che occorre fare ritorno oggi, nell’epoca della sua morte programmata e gestita dalla manipolazione organizzata. 




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