Critica del competitivismo PDF Stampa E-mail
Pensieri Corsari 013 | 1 aprile 2017 
Vi fu un tempo in cui si pensava che la salvezza riguardasse la società tutta. Occorreva emancipare la società: e quella era la sola possibile via di salvezza. Oggi la salvezza non è più pensata come possibilità di messa in sicurezza generale per la classe del Servo in sé e per sé, ma sempre e solo per l’individuo astratto che, miscela instabile di volontà di potenza consumistica e capacità concorrenziale, può ottenere singolarmente il successo imprenditoriale, mentre la massa dei subordinati complessivamente intesa è oggetto di uno sfruttamento crescente e di una precarietà sempre più esasperata. La solidarietà di classe è sostituita dall’individualismo competitivo: la salvezza non è più intesa come corale liberazione di classe dal capitalismo, ma come affermazione imprenditoriale dell’io individuale nelle strutture capitalistiche e tra gli altrui naufragi.

La flessibilità inflessibile e l’individualizzazione competitiva diventano, dunque, forme di governamentalizzazione delle esistenze, strumenti di controllo biopolitico e di colonizzazione delle coscienze e dei corpi tese a naturalizzare l’accumulazione flessibile nella forma di una condizione data e onnipervasiva. Nel loro nesso sinergico, crisi e flessibilità si pongono, a tutti gli effetti, come elementi di soggettivazione e come metodi di governo biopolitico.
È su queste basi, d’altro canto, che l’idea dello stato sociale viene decostruita in nome di un rischio che è socializzabile solo nella forma del costo e del rischio individuale. È ora il singolo soggetto a doversi fare interamente carico del rischio sistemico a cui un tempo poneva parzialmente rimedio, in forma sociale, lo Stato come potenza eticizzante.




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