Pensieri Corsari
Fusaro_bn.jpgRubrica di attualità, società, economia e finanza di Diego Fusaro

Chi vuole davvero i muri e perché? PDF Stampa E-mail
Pensieri Corsari 009 | 1 febbraio 2017 
Occorre evitare di piangere, di ridere e di detestare: occorre, invece, capire. Parola di Baruch Spinoza. In base a questo aureo detto, proviamo a ragionare serenamente, nec spe nec metu, su una questione divenuta tristemente attuale negli ultimi tempi. Una questione della quale, tuttavia, si discute sempre in modo tutto fuorché sereno.
Alludo alla questione del ritorno dei muri e delle barriere, talvolta anche del filo spinato. Nel bel mezzo della mondializzazione, quando essa di più appariva ormai irreversibile, ecco che sono tornati a spuntare muri e filo spinato. Non solo in Ungheria. Anche nell’America di Donald Trump. Che sia una forma di reazione al mondialismo? O non ne è, invece, una triste conferma?
Non penso sinceramente che innalzare muri e fili spinati sia la soluzione. Penso, anzi, che non cambi proprio nulla. Muri e fili spinati vanno a operare, peraltro in modo inefficace, sugli effetti: non sfiorano neppure lontanamente le cause dei processi di immigrazione di massa che stanno attraversando il pianeta. 
E tuttavia diciamolo apertamente, senza finti buonismi per le “anime belle” tanto criticate da Hegel. La libera circolazione delle merci produce a propria immagine e somiglianza la libera circolazione delle persone, esse stesse ridotte al rango di merci che si spostano sul piano liscio del mercato globale sul fondamento della legge fattasi planetaria della domanda e dell’offerta: con annessa possibilità, per i signori del globalismo, di massimizzare i processi della valorizzazione del valore, sempre a detrimento dei lavoratori e dell’ambiente, dei diritti e delle sicurezze. Insomma, chi odia i muri dovrebbe con eguale forza odiare la riduzione dell’umano a merce circolante, senza confini e radici. 


 
Vi svelo qual è la più grande ideologia oggi PDF Stampa E-mail
Pensieri Corsari 008 | 15 gennaio 2017 
Siamo oggi abitatori della prima forma sociale e politica che non si contrabbanda come perfetta, ma che fa apertamente vanto della propria imperfezione. Nelle sue forme tradizionali, il potere tendeva sempre a presentarsi ideologicamente come perfetto, e dunque come tale da non dover essere trasformato, né, tanto meno, sostituito da altre forme di potere eventualmente “perfezionate”.
Con il capitalismo si assiste a una svolta epocale nel modo di concepire e di praticare il potere. A differenza dei precedenti regimi disciplinari del potere, il cosmo a morfologia capitalistica non pretende di essere perfetto: semplicemente nega l’esistenza di alternative, convincendo le menti dei suoi sudditi coatti non delle proprie qualità, ma del proprio carattere fatale, intrascendibile e destinale.
Di più, quello che in altra sede ho qualificato come capitalismo assoluto-totalitario professa apertamente la propria imperfezione e, insieme, nega alla radice la possibilità di perseguire la perfezione, ossia forme alternative di abitare lo spazio sociale che non siano quella dell’orizzonte unico della forma merce e dell’alienazione che essa produce su scala planetaria.
Di qui il principale comandamento della religione capitalistica, il monoteismo del mercato santificato da quella teologia della disuguaglianza sociale che è l’economia (scienza dominante e, insieme, scienza del dominio): “non avrai altra società all’infuori di questa!”. La dittatura dei mercati di cui siamo sudditi si proclama retoricamente, in stile popperiano, una “società aperta”, che riconosce i propri limiti e le proprie imperfezioni, e, insieme, si configura come la società più chiusa dell’intera storia umana: essa, infatti, neutralizza la possibilità di progettare società alternative tramite il duplice dispositivo ideologico dell’assolutismo mistico della realtà e della automatica identificazione tra la critica radicale del capitalismo e l’approvazione a posteriori dei totalitarismi novecenteschi: come se l’idea stessa di un esodo dall’integralismo cieco dell’economia producesse necessariamente le realtà concentrazionarie dei gulag e di Auschwitz!
Contro l’ideologia della “gabbia d’acciaio”, l’uscita dalla caverna deve allora tornare a essere, come avrebbe detto Blumenberg, la “metafora assoluta” dell’emancipazione universale, la metafora esplosiva della perfezione attorno alla quale si organizzano, prima di qualsiasi elaborazione concettuale, le aspettative fondamentali verso il significato del nostro pensiero e della nostra azione. 


 
Melanconia neoliberale PDF Stampa E-mail
Pensieri Corsari 007 | 1 gennaio 2017 
L’essenza dell’odierna “condizione neoliberale” (Giovanni Leghissa) consiste nella dinamica di naturalizzazione e di assolutizzazione dell’economico, in un quadro in cui il vocabolario della razionalità economica diventa la sola sorgente in grado di conferire senso alle esistenze e alle azioni. Nel trionfo di quello che nei Quaderni del carcere Gramsci chiamava “cretinismo economico” (VII, § 13), l’ordine dell’economia spoliticizzata è assolutizzato, poiché tutto dipende da esso e gli è subordinato; ed è, insieme, naturalizzato, secondo una sussunzione di ogni aspetto della vita umana sotto il paradigma che si fonda sul discorso economico e sull’ordine neoliberale pensato come naturale e, dunque, non negoziabile, né trasformabile. 
Delegittimando a priori ogni immaginario alternativo, il pensiero unico neoliberale fa valere un solo paradigma di razionalità, quello della ratio oeconomica, entro cui si sviluppano il senso e i limiti di tutte le funzioni dell’agire e del pensare. La razionalità economica, con la sintassi habermasiana, colonizza il mondo della vita e, con il lessico foucaultiano, governamentalizza biopoliticamente le esistenze umane. Giunge, così, a compimento la dinamica di economicizzazione integrale del reale e del simbolico. 
La condizione neoliberale presenta un carattere malinconico, nel senso della freudiana sofferenza per un oggetto perduto di cui, tuttavia, si avverte incessantemente la presenza assillante nella forma dell’assenza saputa. Si tratta, sempre in termini freudiani, del rovesciamento del lutto. Avvertendo come troppo vicino l’oggetto perduto, il malinconico non può procedere alla simbolizzazione della perdita: con le parole di Freud, l’ombra dell’oggetto non cessa di cadere sull’io.   
La perdita che rende malinconica la condicio neoliberale è duplice e riguarda l’avvenire come dimensione progettuale e la politica intesa sia come luogo del conflitto, sia come spazio sociale della discussione razionale di futuri alternativi da concertare coralmente. Il neoliberale si presenta come la condizione in cui della politica non ne è più nulla. Essa è svilita a mera continuazione dell’economia con altri mezzi, ad ancella del mercato e delle multinazionali. La spoliticizzazione dell’economia è l’altra faccia dell’economicizzazione della politica: la gelida gestione tecnico-amministrativa del sociale e la governamentalizzazione biopolitica della nuda vita spodestano la decisione politica della comunità sovrana. La ratio oeconomica della teologia mercatistica non accetta altre ragioni, compresa quella del politico. Per questo, è oggi più che mai necessario declinare la marxiana critica dell’economia politica nell’inedita forma di una critica dell’economia spoliticizzata

 
Vi spiego in due parole che cos’è davvero l’euro PDF Stampa E-mail
Pensieri Corsari 006 | 15 dicembre 2016 
Facciamo chiarezza. Il presente modello dell’eurolager ha il solo obiettivo di distruggere del tutto lo jus publicum europaeum, azzerare la sovranità politica e sostituire il capitalismo europeo con quello americano, nella forma di un’americanizzazione integrale dell’Europa.
Lo si evince, oltretutto, dalle sempre nuove ondate di liberalizzazioni e privatizzazioni, di erosione dei diritti sociali e di distruzione di ogni garanzia dell’esistenza.
Coerente compimento della dinamica del capitale, l’euro non è una moneta, ma un preciso metodo di governo in cui la politica è integralmente sussunta sotto l’economico e le tragedie nell’etico possono proliferare senza l’impedimento di “lacci e lacciuoli” statali. Prova ne è, oltretutto, l’incompatibilità, sempre più lampante, tra l’euro e il welfare state.
Al di là delle retoriche per anime belle, la moneta unica europea è servita a cancellare in una volta cent’anni di conquiste sociali e di diritti ottenuti tramite lotte e rivendicazioni. Di più, ha posto in essere una vera e propria “schiavitù del debito” artatamente gestita dall’Unione Europea e dal suo “Patto di Bilancio Europeo”, il Fiscal Compact entrato in vigore nel 2013 e centrato sui sacri dogmi del pareggio di bilancio e dell’abbattimento del debito.
Per queste ragioni, il problema che oggi si pone non è come salvare l’euro, bensì come salvarsi dall’euro. E la sola via, ancora una volta, consiste nel ritorno alla sovranità monetaria di uno Stato nazionale compatibile con il welfare state e tale da anteporre la comunità democratica sovrana all’ordo eoconomicus.
Teologi della globalizzazione e taumaturghi dell’economia hanno correttamente individuato nell’area mediterranea dell’Europa quello che potremmo definire, con Lenin, l’“anello debole della catena” del capitalismo europeo, il punto su cui fare leva per disarticolarlo e per introdurre il paradigma americano.
È, pertanto, sull’area mediterranea che si sta abbattendo la furia del dileguare propria della politica economica europea, diretta dalle logiche di riproduzione del capitale finanziario globale: non soltanto sulla Grecia, prima vittima sacrificale immolata al Moloch capitalistico, ma anche sulla Spagna degli Indignados 1 e sull’Italia, perennemente sotto ricatto.
 
1.Si veda, ad esempio, E. DUSSEL, Indignados, 2011; tr. it. a cura di A. Infranca, Indignados, Mimesis, Milano 2012. 


 
La riforma fa il gioco dell’UE PDF Stampa E-mail
Pensieri Corsari 005 | 1 dicembre 2016 
La riforma della Costituzione è voluta dalla UE: e sarà, di fatto, un’ulteriore cessione di sovranità del nostro paese alla UE stessa. Lo si evince, oltretutto, dalla relazione introduttiva del Disegno di Legge Costituzionale dell’8 aprile 2014. Sotto il titolo “Le ragioni della riforma”, è il governo stesso a esplicitare gli obiettivi: “Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale”. Più chiaro di così!
In poche parole, la riforma proposta nominalmente da Renzi e voluta dalla UE (oltre che, lo ripeto, dagli USA e da JP Morgan) determina come nuovo dovere costituzionale l’attiva o, oserei dire, irriflessa partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’UE. 
La riforma, in altre parole, “costituzionalizza” l’UE come forza a cui l’Italia deve subordinarsi senza residui. La riforma, per questa via, renderà alquanto arduo mettere realmente in discussione le politiche europee sul fondamento di un conflitto con la normativa nazionale e con i principi della nostra Costituzione. Ecco perché – ormai l’abbiamo capito – questa riforma piace tanto all’Unione Europea. 

 
Il pensiero unico. Come difendersi PDF Stampa E-mail
Pensieri Corsari 004 | 15 novembre 2016 
Il fatto che, dopo il 1989, sia rimasto in vita un unico modello socio-politico, ha determinato il conseguente sopravvivere di un unico pensiero, di un’unica formazione ideologica, che si presenta come naturale ed eterna, cancellando – questa, del resto, la cifra di ogni ideologia – la propria genesi storica e sociale.
Ora, il pensiero unico politicamente corretto – sovrastruttura della struttura classista del fanatismo economico globalizzato – si articola mediante una neolingua di tipo orwelliano. 
“Il pensiero non esisterà più, almeno non come lo intendiamo ora”, sostiene trionfante uno dei protagonisti di 1984 in riferimento alle virtù della neolingua: solo oggi questo incubo si sta realizzando pienamente su scala planetaria.
In luogo del libero pensare, si sta imponendo a ogni latitudine un’ortodossia il cui effetto consiste nella sempre rinnovata conferma dell’ordine globalitario vissuto, anzitutto nella mente, come il solo possibile.
La neolingua, oggi, parla l’inglese operazionale dei mercati innalzato a lingua liturgica sacralizzata e tutto riconduce all’orizzonte di senso dell’economia e dello scambio, facendo degli stessi cittadini globali le mere emanazioni della teologia mercatistica.
In politica, la neolingua diffama come “fascista”, come “comunista” e come “populista” chiunque non sia allineato con il nuovo ordine mondiale classista dell’economia spoliticizzata e trasfigurata in monoteismo del mercato.
Nell’ambito dei costumi, demonizza come “omofobo” chiunque osi deviare dal percorso prestabilito dal pensiero unico e dalla sua imposizione dell’identità dell’atomo desocializzato e anglofono, che consuma merci e non si orienta se non nell’orizzonte di senso del fanatismo economico. 
 
La Grecia fuori dai riflettori? PDF Stampa E-mail
Pensieri Corsari 003 | 15 novembre 2016 
“Spezzeremo le reni alla Grecia!”, esclamò a suo tempo Benito Mussolini. Per una imprevedibile e beffarda ironia della storia, lui non ce la fece: vi è, invece, riuscita in pieno l’Unione Europea delle banche e dei capitali.
È bene, di tanto in tanto, tornare a volgere lo sguardo alla Grecia, alle tragedie nell’etico che lì si consumano grazie alla giunta militare di tipo economico della Troika. Ed è bene farlo, perché la Grecia rappresenta la verità dell’Europa, il futuro che attende, presto o tardi a seconda dei casi, gli sventurati Paesi che hanno firmato la loro condanna a morte entrando nell’eurolager e negli economicidi che esso produce.
Grazie alla dittatura economica, in Grecia oggi hanno smesso di funzionare gli ospedali: mancano siringhe e garze, disinfettanti e materiali di prima necessità. Bambini denutriti che svengono a scuola. Stipendi e pensioni sempre più bassi, prossimi alla fame; attività imprenditoriali chiuse e aumento vertiginoso della criminalità. Questo e altro è la Grecia di oggi. Da Platone e Aristotele alla povertà indotta dal finanz-nazismo europeo appoggiato dalla criminale ideologia neoliberale ovunque trionfante. Se fosse un western, si direbbe: “è l’Europa, bellezza!”. 
Nel 1941, l’eroico Manolios Glezos salì sul Partenone, strappò la bandiera con la svastica e la sostituì con quella della Grecia. Recentemente, novantenne, Manolios è sceso in piazza ad Atene a protestare contro il finanz-nazismo dell’Europa: la polizia l’ha preso a manganellate e gli ha sparato in faccia gas lacrimogeni. È questo il vero volto totalitario dell’Europa. Chi la legittima è uno stupido o, peggio, un criminale.
La Grecia è il nostro futuro, se rimaniamo nell’eurolager. La cosiddetta crisi è in verità il volto demoniaco del sistema capitalistico. Avevano, di conseguenza, ragione quanti nelle manifestazioni in Spagna  scrivevano sui cartelli: “questa non è la crisi, è il sistema”. 
Il fatto che oggi i riflettori della chiacchiera mediatica e della pornografia permanente dello spettacolo televisivo si siano spostati dalla Grecia è significativo. Non se ne parla più. S’è scelto di tacere. Bisognava parlarne solo per mostrare gli “errori” dei Greci. Delle loro sofferenze non importa niente a nessuno. 
 
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